Ieri 14 maggio 2008 ho comprato Gomorra di Roberto Saviano,
Costava 15,50 ma l’ho pagato 13,17€ perchè era in offerta, 15% di sconto.
Oggi 15 Maggio inizio a leggere questo Libro (è il primo libro che leggo ;-p).
Ci risentiamo quando l’avrò finito , intanto vi lascio una recensione presa da ciao.it
“Non so se si sia trattato di un caso letterario oppure no. Non sono informato su eventuali premi vinti dall’autore o se gli argomenti trattati siano di quelli che stonano quando inseriti negli ambienti ovattati delle premiazioni letterarie.
Non posso nemmeno essere certo che il buon Saviano abbia il ” fisico” dello scrittore di best sellers all’italiana. Ciò che so per certo è che il suo “Gomorra” risulta essere un libro la cui lettura lascia, in più momenti, senza parole.
Uno stile asciutto, privo di fronzoli e di esercizi stilistici che non farebbero un buon servizio a quanto Saviano ha da raccontare. Pagine che scorrono una di seguito all’altra e parole che si susseguono fino a formare una costruzione a metà tra la cronaca ed il diario personale di chi i fatti li vive da vicino. E su tutto questo, la Storia. Quella di decenni di dominio della criminalità in gran parte della nostra nazione.
Saviano racconta i fatti. Quelli di cronaca, appunto. Racconta i morti e la morte. Ne descrive l’odore, l’effetto scenografico che mai è quello della morte raccontata dal cinema. Saviano prende il lettore per mano e lo trasporta all’interno delle “zone franche” della provincia napoletana. Luoghi che tutti abbiamo imparato a conoscere solo attraverso le immagini dei telegiornali. Ce ne spiega le logiche, gli equilibri e gli equilibrismi a cui bisogna far ricorso per sopravvivere in quelle strade.
Non sono cose nuove. Si potrebbe pensare, anzi, che non vi sia necessità di un ulteriore scritto su quanto rappresenta l’iconografia del Male. Della camorra, così come della mafia, pensiamo di sapere tutto. Di aver capito tutto. Passiamo dall’esaltazione nel vedere la cattura in diretta di un boss all’immediata depressione quando ci accorgiamo di come sia contraddittorio immaginare un potere così immenso nelle mani di gente così ignorante.
Abbiamo imparato a conoscere i pizzini e abbiamo scoperto anche come è possibile scambiarseli durante gli orari di visita nelle carceri.
Abbiamo conosciuto Don Vito Corleone, rimanendo, peraltro, ammaliati dal suo perverso fascino, perché allora dovremmo rimanere atterriti da un libro che parla di queste cose?
La mia risposta, molto modestamente, è che Gomorra sia un tentativo di parlare di camorra in modo nuovo, descrivendo un mondo “nuovo” in maniera semplice accessibile a tutti immediatamente. Quello raccontato da Saviano è un “luogo” in cui i morti ammazzati non sono la cosa più importante. Per assurdo si potrebbe dire che rappresentino l’aspetto coreografico di tutto la questione. I morti ammazzati ci sono e ci saranno anche in futuro, la droga c’è ed è anche una protagonista di livello ma non è il centro della questione. Leggendo si comprende come, a momenti, essa addirittura assuma un aspetto marginale nella galassia della criminalità.
La forza di Gomorra è quella di mettere in evidenza un mondo sconosciuto ai più, agli osservatori superficiali di telegiornali o ai semplici amanti dei titoli ad effetto così come anche a quelli che si considerano più “scafati” . Saviano, nel suo viaggio all’inferno punta il dito non su quanto accade nell’ombra ma su quello che è visibile a tutti ma che in pochi riconoscono. Le attività “legali” della criminalità. Quelle che, inizialmente finanziate dal traffico di armi e droga , finiscono per diventare il cardine del fatturato della camorra e la vera fonte di potere, quel potere che arriva a sostituirsi a quello di uno stato latitante quando non connivente.
Saviano racconta di sartorie abusive dove si crea l’eccellenza qualitativa della moda italiana. Dove si lavora a cottimo e comunque non si superano i 400 euro al mese. Storie da terzo mondo alle pendici del Vesuvio. Piccoli imprenditori che lottano per sopravvivere in un mondo di squali. Gente che utilizza il credito parallelo, i soldi della camorra, per investire e per poter lavorare. La guerra tra poveri, quelli campani contro i cinesi. Perché finora questi ultimi non hanno fornito mai offerto garanzie di eccellenza ma le cose cambiano e anche loro stanno imparando e si stanno imponendo.
Storie che vedono piccoli imperi nascere e spegnersi nell’arco di pochi mesi con al centro le grandi firme. Quel “Made in Italy” che sfrutta qui così come nel sud est asiatico perché il fine ultimo è il profitto e il profitto si raggiunge producendo a poco e vendendo a tanto. Si chiudono gli occhi e anche le orecchie. Forse qualcuno si tura anche il naso ma il fatto è che con la camorra si fanno affari perché conviene e che il contentino per i poveracci è la possibilità di immettere sul mercato il tarocco. Che poi tanto tarocco non è se pensiamo che si tratta di capi scartati dalle collezioni ufficiali solo per difetti di fabbricazione quasi sempre minimi.
Le parole di Saviano fanno l’effetto di un fiume in piena. Travolgono e trasportano sempre più in basso e tra un vortice e l’altro offrono la possibilità di capire molto e di chiedersi molto. Si può per esempio pensare che Tanzi e soci non sapessero attraverso quali canali Parmalat era diventata quasi monopolista del mercato campano del latte?
Ci si può non domandare come sia possibile che in mano alle cosche ci sia la gran parte del mercato dell’edilizia?
Sono mille le domande che affiorano durante la lettura e però Saviano non offre risposte dirette, si “limita” a descrivere uno stato di cose ed il quadro che ne esce non può che provocare depressione perché, volenti o no, si arriva alla conferma di cose che magari si sospettano ma che si ritengono troppo grosse per poter essere vere. Ed invece lo sono e questo è il guaio.
Niente sembra essere rimasto puro, non inquinato dai tentacoli della camorra. Il problema non è più circoscritto al Sud ma ormai è diventato universale.
E’ la globalizzazione, baby!
Ecco che allora il teatro dell’azione è indifferente. La camorra si muove agevolmente a Scampia come nel nord Europa. Gestisce pizzerie a Berlino così come il traffico delle armi fuoriuscite dagli arsenali dell’armata rossa.
Impone la sua legge sul territorio ed al tempo stesso offre una “possibilità” a tutti. Arriva dove lo Stato non può o non ha interesse ad arrivare ma riconosce l’importanza di evitare lo scontro frontale con esso. Gli affari hanno bisogno di tranquillità.
Droga e finanza sembrano non essere più così distanti così come le “cupole” non si discostano molto dai consigli d’amministrazione delle multinazionali, anzi, a quanto pare spesso ne fanno parte.
E i metodi poi vi sembrano diversi?
I morti, direte. Ci sono i morti.
Un dettaglio. Incidenti di percorso o semplicemente un diverso modo di rimuovere un “amministratore delegato” che abbia commesso errori.
Gomorra è tutto questo e molto altro. E’ la follia. Quella che viviamo quotidianamente in un mondo che evolve in un verso solo.
La follia di un profitto che deve essere smisurato, destinato ai pochi ed ottenuto sfruttando i molti.
La folle consapevolezza di un gioco perverso che si fortifica ogni giorno di più e nel quale Stato, Istituzioni, Antimafie varie e i fiumi di parole hanno il semplice ruolo di comparse.
Ed il gioco è tanto più perverso per il fatto che i ruoli dei giocatori non sono più definiti e definibili. Qual è ormai il confine tra camorra e imprenditoria? Quale quello tra l’essere camorrista o industriale?
Ma soprattutto. Se il morto ammazzato smette di fare notizia così come mai ha fatto notizia il bambino vietnamita che per pochi centesimi di dollaro lavora come un mulo per fabbricare le nostre amate Nike, che speranza si può nutrire che legalità e giustizia possano alla fine avere la meglio su sopraffazione e sfruttamento?Gomorra non è una lettura facile. Non è un libro ruffiano. E’ una fotografia del mondo che ci circonda che tutti abbiamo il dovere di fermarci a guardare.”
